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Riflessioni isolate di un expat in quarantena

È in tempi come questi che impari di nuovo a vivere
[…] È in tempi come questi che impari ad amare di nuovo

In una delle canzoni più emblematiche e significative di questo periodo, Times Like These dei Foo Fighters, Dave Grohl intona versi sulla separazione e la rottura: nel dettaglio, racconta che per quanto alcune fasi della propria vita siano complicate queste possano allo stesso modo costituire, metaforicamente, una lezione da imparare. Ho ascoltato questo incredibile brano qualche giorno fa in una versione acustica realizzata a scopo benefico da alcune grandi star della musica contemporanea (Bastille, Biffy Clyro, Chris Martin, Dua Lipa, Sean Paul e tanti altri), grazie alla condivisione social di alcuni miei contatti. E sì, mi ha dato da pensare parecchio.

Innanzitutto – necessario preambolo – ci tengo a scusarmi con quei 2, 3 affezionati lettori che negli anni hanno perso un po’ le mie tracce ma la pigrizia e insieme la mancanza di tempo mi hanno tenuto lontano da questo sito. Proprio il tempo è quello che, teoricamente, non manca invece durante questa stagione in cui più o meno tutti siamo colpiti da alcune misure di restrizione delle nostre libertà abituali (o, per dirla con un attuale sofismo, della “vecchia normalità”).

Mi trovo in Spagna, a Madrid, e lavoro lontano dall’Italia da ormai un lustro abbondante. Quando compii questa scelta avevo le idee abbastanza chiare; un po’ di tempo lontano dall’Italia mi avrebbe fatto decisamente bene: per prendere aria, per accrescere il mio bagaglio di esperienze e quindi poter tornare migliore di prima. Ero da un lato motivato dalla voglia di cambiare e dall’altro costretto a fare di necessità virtù data una condizione professionale, ai tempi, assai precaria. Tanti hanno seguito il mio medesimo percorso, seppur con le dovute differenze: generalmente si va via incazzati per le lacune della madrepatria e si rimane fuori, insieme felici e tristemente consapevoli che spesso la nostra amata Italia non potrebbe garantire le medesime opportunità.

Sono tuttavia convinto che gli effetti postumi di questa quarantena possano essere significativi nel mindset generale di molti expat. Tanti di noi, anche all’interno della stessa Europa, hanno visto negate in diverse misure le possibilità di tornare a casa. Va detto che in molte altre circostanze quella di non rientrare è stata una scelta personale, seppur molto complessa, dovuta all’impossibilità di conoscere il proprio reale status medico nonché di potersi conseguentemente isolare all’arrivo, mantenendosi lontani da membri familiari di età più avanzate o in condizioni di maggiore vulnerabilità.
Per chi aveva voglia di casa e insieme impossibilità di potersi mettere in quarantena, il lockdown è stata ed è, sì, una misura assai dura.

Tornando a me, nella Comunità di Madrid le prime misure sensibili sono iniziate intorno alla prima decina di marzo, periodo a partire dal quale la mia azienda sta applicando l’ormai celeberrimo smart working (termine che trovo peraltro profondamente errato in queste condizioni, ndr). Molte realtà professionali hanno inoltre subito dei veri e propri shock economici che hanno portato a drastiche decisioni di tagli dei costi, con conseguenti impatti concreti per la vita di molti lavoratori che si sono visti ridurre quando addirittura cancellare – temporaneamente o no – la propria posizione lavorativa. Il discorso è ovviamente valso anche per i cosiddetti expat, rimasti all’estero per diverse questioni e magari inizialmente partiti per lavorare e trovatisi disoccupati per colpe non proprie.

Molti si sono trovati quindi nella scomoda posizione di avere meno soldi in tasca a fine mese sommata all’essere parecchio lontani dai propri affetti cari, senza sapere quando e se vi sarà la possibilità di poterli riabbracciare (o, almeno, di poterli vedere di persona). Ciò che in questa esperienza non manca è certamente, come accennato precedentemente, il tempo. Il tempo non è quantificabile univocamente in denaro ma può essere utilizzato in maniera costruttiva, soprattutto quando e se, come adesso, spesso eccede. Per dire, i social ci permettono di sapere chi tra i nostri amici ha iniziato nuovi hobby, chi si è dedicato ad attività da tempo lasciate da parte così come chi ha scelto di approfondire temi per potersi migliorare: d’altronde abbiamo tempo per praticare queste cose e, se lo vogliamo, di condividerle nella nostra timeline. In cuor proprio molti hanno provato a svolgere, detta molto superficialmente, qualche attività nuova, pur con gli enormi turbamenti psicologici conseguenti la reclusione forzata in casa.

Sta di fatto che mentre in Italia man mano l’epidemia avanzava, a noi emigrati non restava altro che guardare il tutto da lontano, soffrendo a ogni notizia nuova ulteriormente peggiorativa. Poco a poco è poi toccato a tutti e soprattutto chi – come il sottoscritto – si trova in zone colpite come la Spagna, ne ha subito gli effetti. E il disappunto ovviamente cresceva al vedere il proprio paese afflitto da una situazione così tragica e, allo stesso tempo, nell’esservi lontano in condizioni che piano piano divenivano sempre più simili. Ecco io credo che da quei momenti specifici, più o meno, la vita sia irrimediabilmente cambiata per molti di noi aumentando la già elevata complessità, per tanti, di vivere all’estero.

Chi scrive è stato pienamente investito dall’onda emotiva e dai fatti, che si sono susseguiti con una triste velocità da film. Tutto ciò che ha fatto rapidamente seguito è stato un radicale cambio di abitudini: nel giro di pochi giorni sono passato dalle birre al bar con gli amici alle videochiamate virtuali, unici metodi concepibili per poter fare due chiacchiere con le persone più care. E tuttavia pur frazionando il tempo nel migliore dei modi possibili mi sono reso conto che riuscire a colmare tutte le lacune con parenti, amici e conoscenti sia comunque difficile, pur dividendo con precisione svizzera il minutaggio da dedicare alle varie call.

Eppure, tutto ciò mi ha offerto l’opportunità di pensare più intensamente alle (molte, moltissime) persone che vorrei realmente rivedere presto e – ancora più a fondo – al mio stesso status di espatriato. Tanto da farmi porre il quesito: sto realmente facendo ciò che voglio? È reale la mia necessità di star così lontano da casa? Mi trovo dove desidero essere? Offrendomi spunti di riflessione qui riassunti e banalizzati ma potenzialmente infiniti, in una fase in cui casa è sempre più un miraggio lontano, per chi è al di là della frontiera.

La gestione politica delle vicissitudini proprie di ogni paese, le ascese e ricadute dei numeri dei contagi e le questioni legate ai territori hanno fatto parte di ogni nostra conversazione con i nostri contatti, laggiù in Italia. Numerose, ripetute e ci tengo a sottolineare sempre ben accette le domande di coloro i quali ci chiedevano (e chiedono) ragguagli sulle nostre situazioni, nazionali e personali: per saperne di più, per informare, per tranquillizzare. Ed è così che mentre noi osservavamo circolare i primi video di chi cantava l’Inno sui balconi italiani, le nostre vite continuavano a riempirsi di interrogativi sul nostro stesso presente e sul dove avremmo voluto realmente trascorrere la nostra quarantena.

Conosco diverse persone che hanno utilizzato questi tempi in cui il lavoro da casa è dogma per provare a riavvicinarsi concretamente alle proprie famiglie, sottoponendo il proprio curriculum ad aziende italiane. Le ragioni sono chiare e intrinseche; d’altronde mai la nostra generazione nonché quella dei nostri genitori si era trovata in una situazione così complessa. Lo stato d’animo è sovente quello di essere bloccati lontani dai propri affetti e dalla “semplice” normalità di poterli raggiungere con un ordinario biglietto aereo.

Di fronte a questo scenario si materializza nei nostri pensieri il film delle nostre decisioni passate, tornando al momento in cui decidemmo di andar via, contenti ma anche arrabbiati con il mondo. Lasciandoci enormi interrogativi sul perché siamo ancora fuori, cosa concretamente abbiamo realizzato e – soprattutto – se vogliamo continuare a lungo questo cammino o se invece toccherà poi ripensare a tutto. Sono questi i temi che, come italiano all’estero, mi trovo a dover affrontare ogni giorno nel costante e quotidiano confronto con me stesso.

Tra un paio di flessioni in salotto e la preparazione di un nuovo intruglio ai fornelli la riapertura delle frontiere metterà molti di noi nella condizione di potere – e in alcuni casi, dovere – ripensare interamente le proprie vite. Ed è allora che quando ci chiederemo se realmente vale la pena lavorare più di 40 ore a settimana lontani chilometri dalle nostre case, forse, ci daremo delle risposte diverse.

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