«La ricerca in Italia? Deve adeguarsi». Pierluigi, un chimico in Francia.

Per la rubrica dedicata agli emigrati dall’Italia, Quelli che Vanno, oggi Arrivederci Italia ha il piacere di parlare con Pierluigi, uno dei nostri tanti ricercatori italiani in giro per l’Europa.

Ciao Pierluigi! Raccontaci qualcosa di te.
Mi chiamo Pierluigi, ho 28 anni ed al momento vivo in Francia, nella corte dei miracoli (Parigi). Sono quello che in italia sarebbe una creatura mitologica: un ricercatore! Sono laureato in chimica, con un master in sintesi organica e diverse esperienze all’estero. Sono una delle pochissime persone che conoscerai che ha fatto non uno, bensì`due Erasmus. Uno a Poitiers, in Francia, e uno a Dublino, in Irlanda. Ci tengo tuttavia a precisare che, se la prima esperienza è stata per puro diletto, per fare una nuova esperienza e mettermi alla prova (è cosi che si dice ?), la seconda l’ho fatta per scrivere la mia tesi magistrale, aumentare le mie competenze e prepararmi all’eventualità di lasciare l’Italia. Sono stato lungimirante.

Una panchina a DublinoPer fare attività di ricerca sei andato via dall’Italia: dove sei andato e come mai? quanto ciò è stata una tua scelta e quanto sei stato costretto?
A Dublino ho iniziato la mia attività di ricerca pseudo-indipendente, avendo avuto la possibilità di sviluppare il mio proprio personale progetto. Una cosa simile sarebbe stata impossibile in Italia. Oggi sono qui in Francia, momentaneamente (chi vivrà vedrà), a lavorare su un nuovo progetto che mi è stato offerto. Non so se sarei andato via dall’Italia a prescindere. Certo è che una volta fatta l’esperienza all’estero ti rendi conto delle troppe cose che in Italia mancano (e di quelle che ti mancano). E’ possibile che tra sei mesi ritorni in patria, dove sto pensando di iniziare una nuova ricerca presso una Università. Al termine del dottorato sarò probabilmente obbligato a fuggire dalla penisola. Per come vanno le cose al momento, se sei troppo qualificato avrai notevoli difficoltà a fare quel che vorresti fare, assurdo ma vero.

Andare via dall’Italia: quanto ciò è stata una tua scelta e quanto, invece, sei stato costretto?
Nessuno mi ha puntato una pistola alla testa, per intenderci. Ci sono moltissime persone che fanno ricerca brillantemente in Italia, che hanno i mezzi e le strutture. Il problema è che ci si deve accontentare di tutta una serie di altri aspetti, come il salario e le prospettive future. Se hai fatto troppa ricerca nell’università il tuo naturale esito sarebbe quello di continuare una carriera universitaria. In quel caso o si è disposti a patire pene disumane e vedere sminuito il proprio lavoro, spesso facendo più del dovuto e lottando con altri poveracci come te, e soprattutto attendendo ere bibliche per giungere al tanto agognato traguardo, o fai ciao ciao con la manina e cambi area. Oggi le ambizioni dei ricercatori scientifici si sono spostate fortemente alla ricerca e sviluppo dell’industria, ma anche qui bisogna considerare che l’estero offre maggiori possibilità. Tuttavia, un piccolo accenno di cambiamento inizia a vedersi.

Se ti chiedessero 3 differenze secche tra il sistema di ricerca in Italia e all’estero?
Fondi, collegamenti interdisciplinari università-università e università-industria, e dignità. In italia la ricerca non é nemmeno riconosciuta come un lavoro. Esiste addirittura il dottorato senza borsa (perché dire schiavo sarebbe stato brutto). Se non rientri nei pochi posti a disposizione, potresti rientrare tra quelli a cui “concedono” di lavorare gratis. Anzi, tutt’altro, visto che non puoi avere nemmeno un sussidio di disoccupazione e devi addirittura pagare. Sì, perché il dottorato si paga.

C’è stato qualche evento o qualche persona che ti abbia fatto pensare: ok, ho fatto la scelta che dovevo fare?
Conosco persone che chiamavo professori, con più di 20 anni nella ricerca universitaria, non essere riusciti ad avere quella dannata cattedra per cui lottavano. Ovviamente insegnavano, ma questa é una cosa che pare non contare. Oggi hanno trovato un altro lavoro, ed hanno abbandonato la ricerca. Se si pensasse a tutta la fatica che si è fatta per forgiare queste menti, sia dal punto di vista dell’investimento economico, che del tempo e passione infine sprecata, è stato come gettare perle nel water.

Credi nel futuro della ricerca in Italia? Ti ci vedi dentro?
Trovo invevitabile che la ricerca in italia si adegui a certi standard o sarà costretta a perire sotto il peso delle perdite. Al momento non nego di pensare di tornare in Italia, quantomento per terminare il dottorato. Sono consapevole tuttavia che tornare in pianta stabile é qualcosa in cui non credo a pieno. Mi servirebbe una bella spinta emotiva, una buona ragione, o semplicemente tanta fortuna. Oggi d’altronde non sono più molto disposto a scendere a compromessi. Mi piacerebbe molto lavorare successivamente nella ricerca industriale, o in qualcosa che permetta di esprimermi e usare le competenza che ho tanto faticato ad ottenere. A dire il vero negli ultimi anni qualcosa in più si é smosso sul fronte occupazionale e della ricerca, lasciando sperare in un più roseo futuro. Al momento viviamo il presente, ma da inguaribile ottimista quale sono mi prendo il lusso di immaginarmi un futuro più “ricercocentrico”, o quantomeno consapevole che non stiamo parlando di un gioco per gente annoiata, ma di qualcosa di profondamente importante per il benessere sociale e culturale di un paese.

Un grandissimo in bocca al lupo a Pierluigi per il suo futuro da ricercatore, ovunque esso sia e grazie mille per l’importante contributo che ci ha offerto circa la questione ricerca in Italia.

Parigi Skyline Torre Eiffel

Le foto utilizzate nell'articolo sono tratte dall'account Instagram di Pierluigi.
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