10 buoni motivi per andare via dall’Italia

Uno dei temi più ricorrenti nel discorso comune è quello legato all’andare via dall’Italia: scappare all’estero è oggi un tema particolarmente in voga tra chi, nel Belpaese, non riesce a trovare la chiave di volta per migliorare la propria vita ed essere felice.
Ma perché, precisamente, molti decidono di lasciare l’Italia per trovare fortuna altrove?
Abbiamo provato, consultando un po’ di amici all’estero da tempo, a raccogliere 10 buone ragioni per le quali è giusto trasferirsi all’estero.

1. Per mollare tutto e ricominciare da zero.
Spesso, partire per l’estero risulta essere una scelta dovuta a fattori totalmente propri e soggettivi; tra questi abbiamo raccolto alcuni quali il trascorrere anni in giro senza riuscire a realizzarsi davvero, traumi e shock di varia natura, insoddisfazioni legate a situazioni personali terminate male, aver visto andar via amici o parenti e così discorrendo.

In tutte queste circostanze, prima di farsi definitivamente scoraggiare, è bene agire per evitare che un senso di cronica insoddisfazione possa prendere il sopravvento. Si parte per questo, delle volte: per ripartire totalmente da zero in un paese dove non ci conosce nessuno, nel quale abbiamo tutto da imparare e niente da perdere.
D’altronde, come si suol dire, «se la vita ti offre limoni, fai una limonata»!

2. L’Italia non è un paese per giovani.
Diciamocelo: il nostro è un paese tanto bello quanto poco amico dei più giovani. Ci è capitato spesso di parlare delle difficoltà empiriche, per un giovane, di potersi realizzare concretamente rispettando i propri studi, i propri interessi e formandosi in quello che è ciò per cui ha passato anni della propria vita sui libri e tra un tirocinio e l’altro.
La guerra generazionale ha, purtroppo, preso il sopravvento su quella di classe, che pure è sempre presente. In un paese in cui sono i “vecchi” a battersi per le elezioni, a tenere saldo il controllo dei più importanti asset del paese nonché a monopolizzare il mercato del lavoro, i giovani sono spesso costretti a restare a casa, rimanendo totalmente assenti dal discorso pubblico e relegati in una stagnazione perenne che non sembra avere chiare vie d’uscita.
Va detto: molti sono stati gli interventi negli ultimi anni per cercare di rattoppare questa situazione ma, allo stato attuale (dati di maggio 2017), la disoccupazione giovanile in Italia è intorno al 37%, rendendo il Belpaese il terzo peggior luogo per un giovane per cercare lavoro in Europa (dopo Spagna e Grecia). Gerontocrazia, portaci via.

3. Ma ‘ndo vai se il lavoro non ce l’hai?
Questo è un punto che si collega facilmente con quello precedente; l’Italia ha un tasso di disoccupazione – dati di agosto 2017 – intorno all’11,2%, uno dei più elevati dell’intera Eurozona. A ciò si aggiunga una certa difficoltà nell’inserimento nel mercato di lavoro nonché l’altissima pressione fiscale, talmente elevata da essere la seconda nell’Unione Europea (dati di ottobre 2017). In un paese nel quale non girano soldi ed esiste una certa difficoltà di potersi mettere in proprio, è chiaro che gli sbocchi per accedere a un salario dignitoso e quindi poter vivere una vita discreta non siano moltissimi.
In tali casi che fare, se non cercare miglior fortuna altrove?

4. Preferisci il welfare o il sole?
Si tratta di una dicotomia che spesso si ripropone: preferite un’efficienza nell’assistenza da parte dello Stato ai cittadini o il bel tempo? Incentivi nell’acquisto di un appartamento o il buon cibo? Stipendio alto o scappatella al mare?
Allo stato attuale, in un momento storico in cui è universalmente riconosciuto come – almeno all’interno dell’Europa – i paesi del Nord siano quelli che meglio funzionano, ci si trova davanti a una scelta incredibile da dover compiere: il viver bene garantito dalla legge o quello assicurato dal meteo? E ancora: pioggia, inverni freddi, neve perenne valgono il prezzo del biglietto di una vita passata a rinunciare alle prelibatezze culinarie e ai tesori meteorologici dell’Italia?
Purtroppo, spesso, pare di sì e di fronte al farsi inghiottire e spolpare da una burocrazia infinita e perdere tempo e pazienza dispersi nei meandri dei vetusti servizi nostrani, si sceglie il male minore: comprare un cappotto un po’ più caldo, armarsi di calzamaglia di lana e partire.

5. Il lavoro per nobilitare l’uomo, non per massacrarlo.
Tendenzialmente la mentalità professionale, all’estero, è decisamente diversa rispetto a quella in Italia. Se nel Belpaese una parola come flessibilità ha preso connotazioni desuete e, ancor più spesso, negative, sovente al di fuori è invece vista come una vera chiave di volta. Lontano dall’Italia sono più frequenti i casi in cui si lascia un lavoro dopo 2-3 anni per cambiare azienda e quindi crescere come anche quelli in cui, pur rimanendo nella stessa, si sale di grado e remunerazione per migliorare la propria posizione. Quello che quindi all’estero è un processo ovvio e naturale di realizzazione personale è spesso, in Italia, inteso come un mix di pretese di dipendenti arrivisti disposti a tutto pur di ottenere un portafogli più capiente. Per non parlare, poi, della vita al di fuori dall’azienda, vista in Italia come puro fancazzismo e invece più spesso stimolata, all’estero, da politiche attive per la creazione di una famiglia e per godere del proprio tempo libero. Se andar via dall’ufficio alle 18 è quindi in Italia il preludio al ricevere un rimprovero o sguardi negativi è, invece, la normalità all’estero, laddove si cerca di creare una vita per la persona al di là delle consuete 8 ore giornaliere prestate al proprio capo.

6. Perché io valgo, e voglio valere.
Quanto è complesso, in Italia, realizzarsi nei propri campi di studio? Tanto, sembra (si legga al punto 2). Abbiamo spesso parlato di chi, per amore della propria carriera, è emigrato in cerca di opportunità professionali più adeguate al proprio background professionale. Per dirne una, i nostri ricercatori sono tra i più premiati nell’Ue ma più della meta di loro lavora all’estero; un danno assurdo per il nostro paese, per non parlare poi dei dottorati di ricerca in Italia, vergognosamente tra i meno pagati in Europa.
A questo si può sommare una discreta arretratezza nel puntare sulle nuove professioni, in special modo quelle legate al digital marketing, ai social media e al clouding, competenze che all’estero stanno venendo sempre più richieste e per le quali, fuori, c’è una possibilità reale di formarsi degnamente senza dover passare da stage sottopagati o indecenti sfruttamenti di manodopera. Non robe da poco, si direbbe. 

Spesso, avere conoscenze nelle alte sfere è visto come l’unico sbocco per poter ottenere una buona carriera professionale

7. In Italia non ho amici potenti.
Uno dei temi più ricorrenti: la meritocrazia. Si sente spesso, fin troppo spesso parlare di insoddisfazioni professionali legate a un collega che, per amicizia o qualsivoglia altro, è riuscito a ottenere vantaggi lavorativi tramite amici forti e conoscenze varie. Siamo nati in una incredibile terra di ingiustizie sociali e civili: le raccomandazioni prevaricano il talento e per chi parte da zero è relativamente complesso poter sbarcare il lunario e giungere in cima alla piramide. Si tratta purtroppo non di supposizioni, di percezioni o di un alone di negativismo ma di dati confermati che vedono l’Italia, da 3 anni, fanalino di coda in Europa nella meritocrazia, con gradi bassissimi in indicatori di civiltà quali trasparenza, rispetto delle regole e delle pari opportunità. Occorrerebbe abbattere l’amoralità, dare spazio a chi merita e invertire in maniera brusca e netta la tendenza, alla svelta (vedere punto 2).

 

 

8. Questione di mentalità aperta, questione di mentalità vincente.
Certe volte si viaggia semplicemente per aprire la propria mente, per conoscere il mondo, per saperne di più su ciò che ci circonda. 
Una gran parte dei viaggiatori di oggi decide di mollare tutto per guadagnarne come persone, aprendosi a diverse possibili esperienze di questo tipo, lavorative e non: si possono vedere in questa chiave di lettura vari programmi europei (Erasmus, Erasmus+, Leonardo, SVE) nonché le varie forme di intercambio intercontinentale e di volontariato extraeuropeo. A tal proposito, si può notare con piacere come sia sempre più alto il numero di studenti italiani che decidono di trascorrere, nella propria carriera universitaria, un lasso di tempo fuori con il programma erasmus, rendendoci orgogliosamente terzi in Europa in questa speciale classifica.
Ci troviamo quindi ad avere a che fare con quegli italiani che trascorrono una porzione di vita fuori dall’Italia con l’obiettivo di migliorarsi e poi tornare: è questo il caso di tutti coloro i quali decidono di andar via per imparare una nuova lingua, per migliorare il proprio curriculum, per realizzare esperienze formative che possano tornare sicuramente utili in un futuro – si spera – prossimo: a loro, all’Italia. 

9. «La situazione politica italiana è grave ma non è seria».
Citando Ennio Flaiano, notiamo che una grossa fetta di nostri amici ha lamentato il problema della politica e della moralità pubblica più in generale quale motivo fondamentale per decidere di lasciare il proprio paese. Va detto, negli ultimi anni non abbiamo particolarmente brillato di manifesta serietà nei dibattiti che contano e, in prospettiva, non sembrano arrivare tempi migliori. Non ci esprimeremo a riguardo, diremo solo che proprio questa mancanza di positività nei confronti di eventuali rappresentanze che possano illuminare il cammino e fornire la necessaria speranza, induce spesso gli italiani a decidere di fare le valigie e andarsene sbattendo la porta. Aver ammazzato la speranza costituisce infatti uno dei veri motivi alla base della fuga dei cervelli.

10. Che futuro ha l’Italia?
E che futuro posso avere io? E quale futuro posso dare alla mia famiglia? Sono alcune delle domande più ricorrenti che ci si pone, soprattutto in età giovanile o quando, come visto nel punto 9, si perde anche il barlume della speranza che le cose possano, un giorno, andare meglio. 
Trovandosi davanti a un fallimento totale si decide, quindi, di abbandonare la nave che sta affondando per assicurarsi una scialuppa di salvataggio certa e più sicura. A sorpresa quindi, quella del pensiero sul domani è stata una delle risposte più frequenti, scavalcando anche le incertezze sull’oggi, ritenute secondarie o comunque incanalate anch’esse in un discorso relativo alla proiezione del proprio sguardo verso il futuro.

E voi, per quali motivi avete lasciato l’Italia o pensate di andare a vivere all’estero
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