Italiani a Barcellona: vita ai tempi dell’indipendentismo catalano

È la decima città più visitata al mondo, la più importante tra quelle europee ad avere uno sbocco diretto sul mare (ci si arriva con la metropolitana), ha quell’inconfondibile fascino diviso a metà tra l’architettura tipicamente medievale del Barri Gòtic e il visionario modernismo di Antoni Gaudí e tantissimo altro: Barcellona è, indubbiamente, uno dei poli di riferimento di tutta l’Europa per numerose ragioni. Quali?C’è l’imbarazzo della scelta: storia, arte, tradizioni culturali ma anche funzionalità dei trasporti, buon clima e opportunità lavorative che la rendono, da tempo, uno dei centri più ambiti per gli italiani che desiderano cambiare vita e provare un’esperienza all’estero. Secondo il rapporto reso pubblico lo scorso anno dall’Idescat (Istituto di statistica della regione autonoma di Catalogna), nella città di Gaudí risiedono circa 273 mila stranieri: di questi, 25 mila sono italiani, cifra che rappresenta quindi più del 9% sull’intera percentuale degli abitanti esteri in città. In sunto, gli italiani formano la comunità esterofila più massiccia a Barcellona: numeri elevatissimi cui vanno, ovviamente, sommati tutti i turisti, stimati in una media di quasi mezzo milione di visite annuali.

Trasferirsi a Barcellona: le ragioni.
I motivi di queste cifre? Molteplici; oltre all’indiscutibile valore della città in sé, Barcellona rappresenta un modo semplice per potersi allontanare dall’Italia senza dover essere costretti a patire una particolare nostalgia di casa: frequenti collegamenti aerei – e marittimi – con moltissime città del Belpaese, cibo simile (uno dei luoghi più noti della città, il Mercato de la Boqueria, è una tappa imperdibile per tutte le buone forchette come noi), barriere linguistiche presenti ma meno problematiche che in altre nazioni e, ovviamente, l’opportunità di incrociare tantissimi conterranei la rendono un polo “amico”. E poi? Poi i dati economici, che vedono da anni Barcellona proiettata nel futuro, tra il progetto di essere una Green Smart City e la contemporaneità che la vede essere talmente amata dai giovani imprenditori da classificarsi terza nella graduatoria delle città europee con più start-up (dopo Londra e Berlino).


Vita a Barcellona ai tempi dell’indipendentismo.
Eppure, da quest’estate qualcosa a Barcellona è cambiato: l’attentato del 17 agosto 2017 nella sua arteria di traffico più centrale e importante, la Rambla, è stato solo l’inizio di una mutazione nella quotidianità degli abitanti. Da inizio settembre sono, infatti, iniziati i noti problemi tra la Generalitat (il sistema amministrativo-istituzionale locale) e il Governo centrale della Spagna.

Tralasciando il tema squisitamente politico (preferiamo affidare l’approfondimento del tema a media decisamente più competenti di noi), abbiamo voluto piuttosto indagare come – e se – la vita dei nostri conterranei in quel di Barcellona è cambiata in qualche modo.
Abbiamo così contattato alcuni di loro per avere qualche informazione, delle righe che ci possano far inquadrare, seppur in maniera sommaria, la situazione.

Italiani a Barcellona: la narrazione del quotidiano.
Ilaria lavora a Barcellona
da 4 anni. La sua è una storia di expat come tante altre: laurea magistrale, via dall’Italia, posto in una multinazionale in terra straniera. Ha colleghi d’ogni dove e, come tali, di idee possibili e immaginabili nel merito del separatismo catalano ne sente ogni giorno. Le chiediamo se la sua vita è cambiata e ci risponde che, per lei, il problema maggiore si è presentato nei casi degli scioperi, con tagli che hanno limitato i trasporti pubblici e che – nel suo caso specifico – l’hanno anche fatta mancare da lavoro per l’impossibilità di raggiungerlo. Per un’europeista convinta come lei, il rischio più alto è tuttavia quello di «trovarsi in un posto al di fuori dell’Europa», non riconosciuto dalle istituzioni europee e quindi possibilmente ostile da un punto di vista economico, soprattutto nei confronti degli stranieri. Ci dice che, ovviamente, il discorso pubblico è totalmente monopolizzato dal tema, come confermato anche da Luca, a Barcellona da 3 anni e impiegato in un’azienda locale. Secondo lui, il problema da non sottovalutare è quello sociale: «sempre più spesso mi capita di parlare in maniera abbastanza neutrale del tema con catalani indepe ed a volte la conversazione risulta veramente difficile, purtroppo molti hanno ormai la strana idea che se non sei indepe sei fascista […] anche se non si parla di politica si nota un’evidente separazione sociale». Pur non conoscendosi, i due concordano sulla mancanza di rischi al quieto vivere nell’immediato; ciò nonostante non si esimono dal mantenere gli occhi aperti sulla situazione, soprattutto quella relativa al tessuto economico della regione, con lo spostamento delle sedi sociali che molte aziende stanno operando, dalla Catalogna al resto della Spagna.
Claudia a Barcellona ci ha vissuto di recente per qualche mese e ce ne parla in modo entusiasta, pur sottolineando un certo “problema”: l’eccessivo numero di connazionali presenti («ma i catalani sono abituati»). Ci parla della sicurezza che questa città trasmette, dei mezzi che funzionano, della poca dimestichezza dei residenti locali con la lingua inglese (un tratto a noi, ci si permetterà, sicuramente comune). Ci racconta inoltre un significativo aneddoto del giorno dell’attentato: «salendo sul bus per tornare a casa, il controllore mi ha invitata a non timbrare il biglietto perché per quel giorno i mezzi non si sarebbero pagati. Adesso non conosco bene le reazioni degli altri paesi che hanno vissuto attentati però l’ho percepito come un gesto quasi solidale, un riguardo (seppur minimo) verso la popolazione». Ci racconta come a partire da lì ci sia stato un certo dispiegamento di forze dell’ordine per le strade, una situazione prolungatasi fino al periodo del referendum. E nel periodo precedente l’1 ottobre? Una mobilitazione grande, costante, da lei peraltro trascorsa a stretto contatto con un coriaceo indipendentista: «ho vissuto con un coinquilino catalano che voleva l’indipendenza, davvero molto carico e “incazzato” al riguardo». Un parere più generale sull’esperienza catalana, vissuta in un periodo così complesso? «Personalmente e nel complesso ho ricevuto un buon trattamento da questa popolazione, posso dire di essermi sentita a casa».
Su questo sentirsi totalmente a proprio agio concorda anche Miriam, che lavora da un po’ a Barcellona e ci regala ulteriori spunti per comprendere la realtà, spiegando come la presenza di «continui scambi di opinioni sia al lavoro che fuori aiutano non solo a comprendere l’essenza del movimento ma a cogliere aspetti positivi e negativi nella loro totalità e pura realtà (non distorta dai mass media)».

A ognuna di queste persone con cui abbiamo potuto parlare è stata posta, in chiusura, una domanda: rimarreste (o tornereste) a Barcellona? La risposta è stata, da parte di tutti, affermativa.


Grazie di cuore a Ilaria, Luca, Claudia, Miriam e tutti coloro che hanno reso possibile la scrittura di questo pezzo.
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