La fine delle vacanze (per un meridionale)

Esiste solo un momento che è temuto più del rientro al lavoro: quello del giorno prima, della fine delle vacanze. 

Ti rendi conto che è arrivato il fatidico gong quando ti trovi lì, a decidere cosa fare nelle ultime 24 ore con una valigia ancora incompiuta che ti guarda; lei – la valigia – sembra quasi aspettarti: pronta per essere accompagnata all’uscio della porta, ti ricorda che ha ancora quei 2-3 cm di spazio disponibile che accuratamente ricoprirai di formaggi e salumi che-trovi-solo-giù, taralli tipici del tuo forno preferito, leccornie che lì fuori, nel mondo reale che non è il Sud, ti sogni.

E così, mentre ti prepari per un ultimo giro di ricognizione per vedere un po’ di che cibo riempire il tuo frigorifero a-casa-fuori, ti scorre davanti la pellicola dell’estate appena trascorsa. Come al solito, come ogni anno e già lo sai, l’estate è stata troppo breve. Possa essere stato al Sud 5, 10, 15 o 50 giorni, il tempo si sarà rilevato comunque troppo poco. Ti ricordi il piano che avevi fatto il-giorno-prima con tutte le persone da vedere, i posti da visitare, le cose da fare? Ecco, è lì a confermarti che, come al solito, tutto è andato a puttane.

Allora passi un po’ di tempo a ricordare come hai speso queste giornate e perché sono volate via così velocemente. Fai mente locale e ti sovvengono tutte le rimpatriate familiari, la cucina della mamma (che è sempre la migliore di tutte perché «come cucina la mamma non ce n’è per nessuno»), le levatacce per il mare ed i rientri all’alba, il Ferragosto che ricordi a stento e l’alba del giorno dopo che invece ricordi un po’ meglio.
E poi tutti gli incontri: il vecchio maestro che con una mano mima la tua altezza quando ti vide la prima volta («così eri, quando ti ho conosciuto»), l’amico di amici con cui è la decima estate di seguito che ti devi presentare e quello che ti offre da bere salvo chiederti dopo un paio di ore «ma alla fine dov’è che stai te?», le new entry delle tue vecchie comitive e le vecchie re-entry delle tue nuove comitive, la partita a pallone con i tuoi amici di sempre con i loro acciacchi sempre nuovi.
Il sapore frizzante delle novità che ti stupiscono ogni anno, tra quelli che hanno meno capelli e quelli con più capelli bianchi, lo sposato ed il divorziato, il single e il neo-fidanzato, il padre e la madre, il latin lover e quello che passano gli anni passano i guai ma non cambierà mai. E i posti. I posti che alla fine sono quelli di sempre e gestiti dalle persone di sempre, perché nessuna rotazione è mai sufficiente a cancellare le solite visite nelle solite location immancabili. Si chiama routine, bellezza, e noi meridionali ne abbiamo creato il copyright. E le cose nuove che dovevi fare? «Vabbè, c’è tempo» ma sai bene che non ci sarà.

Tra un ricordo e l’altro il tempo scorre e la valigia – te la ricordi? – è sempre lì ad aspettarti, vuota più che mai. Sale il magone che, va detto, è strano per chi vive fuori: solitamente ci si dovrebbe rattristare quando si va a casa e sai cosa c’è, non quando vai via ed è tutto un’incognita. E invece no, è sempre così: la tristesse durera, e non sai neanche come mai. Nel fondo lo sai che è giusto così; tu hai necessità di tornare alla vita normale e i tuoi amici hanno bisogno di una netta pausa da te. Così piazzi in valigia il core del fallimento dei tuoi piani estivi – quei 2, 3 libri che non sei riuscito a leggere ma neanche ad aprire – e la richiudi: è fatta, si parte.
Alla prossima estate, che sarà diversa e nella quale rispetterò la tabella di marcia. Come no?

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