Depressione post-erasmus: cos’è e come affrontarla

«Ma te li ricordi i tempi in erasmus? Ah, io non ce la farei più a sostenere quei ritmi». Questa è una delle frasi più ricorrenti su quella che, comunemente, viene chiamata depressione post-erasmus. Ma andiamo al sodo: di cosa si tratta nello specifico?

Quello che per molti è un tema squisitamente giovanile, tutto legato alla sensazione di provare malinconia per i bei tempi andati è, invece, diventata una vera e propria sindrome classificabile a tutti gli effetti come tale, tanto da essere analizzata e approfondita dagli psicologi di tutta Europa. D’altronde, ciò che nel merito non si può negare è che è immensamente più facile partire che tornare.

Molto spesso, i periodi erasmus coincidono con il primo vero e proprio “svezzamento” dei giovani al di fuori del proprio mondo: si parte, soli, per una meta sconosciuta lasciandosi tutto alle spalle e, allo stesso tempo, approdando in luoghi dei quali non si conosce nulla, molto spesso né la lingua e né chicchessia. Si può dire, senza aver paura di essere smentiti, che l’erasmus rappresenta la massima accezione di ciò che viene definito l’uscire dalla propria zona di comfort: si sa ciò che si lascia (spesso, tra le lacrime) ma non si sa (e ancor meno ci si immagina) quello che si trova.
Ok lo ammetto, sovente ciò che avviene lo sappiamo fin troppo bene; tuttavia, il senso di estraneità iniziale con il mondo tende a dissiparsi in poco tempo e pian piano ci si accorge che, anche al di fuori del proprio paese di appartenenza, si possono vivere esperienze degne (degnissime!) di nota. Il cuore pulsante dell’esperienza erasmus sta nelle novità quotidiane che vi aspettano, nel non sapere assolutamente nulla del proprio presente e senza essere, per questo, preoccupati del proprio futuro. Ben presto ci si trova a mangiare cibo locale, a parlare altre lingue, a dare esami di cui poco si è capito, a ricaricare abbonamenti per mezzi stranieri come se non ci fosse un domani e, ancora, si cominciano a frequentare persone provenienti da ogni parte del globo cui vi accomuna una sola, banale cosa: il trovarsi nella stessa medesima situazione. Proprio per questo molto spesso quelle che si creano in erasmus sono delle amicizie fraterne con individui che sono, in quel momento, gli unici esseri umani presenti sul pianeta a essere realmente capaci di poter capire e compatire ciò che si sta provando.
Bene, qual è quindi il problema? Il dramma, se vogliamo, sta – come tutte le cose della vita – nella clessidra che a poco alla volta sputa giù tutta la propria sabbia fino ad arrivare al suo svuotamento in quello che è il momento più brutto: il rientro, la fine. Questo è l’attimo in cui vi accorgerete come tutto ciò che avete faticosamente creato in pochi mesi sta per sparire come per magia e che, molto spesso, le persone con cui si stanno frequentando posti, studiando libri, scoprendo culture e viaggiando, non le rivedrete così, tutte insieme, mai più.

In tal senso si badi bene che la fine dell’erasmus non è uno scherzo: è il vivere sulla propria pelle uno shock culturale contrario a quello vissuto all’andata, con lo spaesamento e la difficoltà a ritrovarsi nel proprio mondo reale, quello con tante certezze che si era abbandonato mesi prima. I primi mesi saranno così un continuo di chiamate su Skype, di chat su Whatsapp, di gruppi Facebook nei quali pian piano compariranno foto, video e tutta una serie di reperti inediti legati a cose, persone ed esperienze che vi faranno, immancabilmente, scender giù la lacrimuccia. E poi gli aggiornamenti degli status sui social, con i rimpianti e i rimorsi che si mescoleranno creando un nodo alla gola che non sarà semplice districare.
La rassegnazione non trova spazio e voce per esprimersi e per un largo periodo di tempo si arriverà a provare quella che è comunemente chiamata depressione post-erasmus e che io, più umilmente, rinominerei quale sindrome dello straniero in patria. Di là è tutto un susseguirsi di profondi check su internet, per diverse ragioni: consultare offerte di percorsi formativi all’estero, la ricerca di roboanti feste internazionali nella tua città, gli eventi dedicati ai soli stranieri, l’approfondimento sulla situazione culturale nel paese che hai lasciato, le possibilità di tornare in erasmus, lo sbirciare cosa stanno facendo i tuoi ex compagni per cercare di capire se – come te – stanno soffrendo il rientro e via discorrendo. L’elaborazione del lutto è lenta, turbolenta e spesso senza una luce alla fine del tunnel.

Per poter argomentare meglio queste sensazioni, mi sono avvalso della collaborazione di alcune persone che poche righe fa ho, più o meno indirettamente, menzionato: 4 ex colleghi di erasmus, amici, facenti parte del mio stesso gruppo di Whatsapp, nostalgici. A loro ho posto tre semplici domande, probabilmente le più banali, partendo da una che mi sembra fondamentale: quanto dura la depressione post-erasmus? Si va dalla più “insensibile” che mi dice «più o meno un anno e mezzo» all’ingegnere, che maggiormente ha patito i sintomi e utilizza una metafora propria del mestiere, paragonando questa malinconia a «un’oscillazione con il valore dei punti che va diminuendo nel tempo – la cui spiegazione quantitativa per i non ingegneri è – attenuata ma mai terminata del tutto». Se infatti le sensazioni di nostalgia e di apatia vanno via via scemando, non si può non sottolineare come l’impatto, nei primi tempi, possa essere devastante nelle proprie relazioni con il mondo circostante, che tenderanno a essere irreversibilmente modificate in questa complessa fase di ritorno nel mondo reale.
Proprio per questo ai miei ex colleghi ho poi posto la domanda che, probabilmente, duole più di tutte: cosa vi manca dell’erasmus? Le risposte sono state quelle classiche: le situazioni quali feste, viaggi, gite nonché gli stati d’animo, misti tra la spensieratezza del sentirsi liberi senza nessun peso sulle spalle e l’energia positiva con cui si (con)viveva ogni giorno. E poi, quelle che non ti aspetti: l’università con il profondo e ritrovato piacere di studiare per affrontare esami a difficoltà massima in un’altra lingua, il fascino delle scoperte quotidiane mai banali e sempre inattese e quella certezza costante di poter puntare su una famiglia, quella del collettivo di amici erasmus, sempre presente nei momenti belli e in quelli brutti, durante un appello così come nelle feste.

C’era poi una terza domanda che non potevo, col senno di poi, non fare: perché fare l’erasmus. Le risposte sono chiare: «perché è tutt’altro che uno spreco di tempo – mi dice Alessio – è un’opportunità per poter conoscere la vita al di fuori dei propri confini. E poi bisognerebbe andare perché a pentirsene veramente è chi non ci va», aggiunge. Sulla stessa falsariga Veronica, che mi spiega come l’erasmus sia per lei un «punto di partenza per conoscere se stessi – sfornando un’ulteriore raccomandazione, qual è – non dormire e non risparmiare, nei sentimenti e nelle occasioni». Chiara mi conferma come sia un’esperienza da fare «indipendentemente dal luogo di destinazione» e in tal senso è quanto mai genuina la risposta di Lara, che consiglia di scegliere il secondo semestre. Le sue ragioni? «Più feste, clima migliore». Qui habet aures audiendi audiat.

Ringraziando Alessio, Chiara, Lara e Veronica per la stesura di questo pezzo (senza di loro non sarebbe stato possibile), continuo oggi – 5, quasi 6 anni dopo il mio e nostro erasmus – a porgermi delle domande: mi è passata la depressione post erasmus? Sinceramente non lo so, non credo ma sono abbastanza certo di ciò che questa esperienza ti lascia dentro: un senso che nel gergo studentesco è ben definito da una frase inglese a noi molto nota: once erasmus, always erasmus.
E come, quindi, affrontare questa perenne tristezza? Metabolizzandola e realizzando, d’accordo con la propria coscienza, quello che realmente abbiamo vissuto. Va assodato come tutto ciò che è correlato alla triste sindrome del ritorno alla normalità costituisce, per assurdo, una ottima notizia; il rientro a casa tra lacrime e singhiozzi sta a significare nient’altro che la prova erasmus, basata su un adattamento a una situazione estrema totalmente impensabile per le generazioni che ci hanno preceduto, è stata superata a pieni voti: grazie a questa sfida, stravinta, siamo così pronti ad affrontare l’Europa e il mondo intero, meglio e senza limiti.

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